2 agosto 1980. Chi ricorda cosa.


2 agosto 1980. Una data che significa ancora molto per Bologna e ormai troppo poco per i bolognesi.
E d’altra parte la memoria procede per vuoti. Quando poi è collettiva rischia di diventare neutra perdendo per strada chi ricorda. Così che, se il ricordo non viene elaborato, attualizzato e non diventa progetto, anche del 2 agosto 1980, come di ogni passato, si va per estinzione e restano (resteranno) solo macerie incomprensibili, fotogrammi, monumenti e istruzioni ad uso delle giovani generazioni.
Per non dimenticare si dice, come se si fosse già posteri di se stessi, posteri scaramantici e celebravi, e lo si leggesse su un libro di scuola di quel 2 agosto di tanti (troppi?) anni fa che ormai sembra davvero solo un tempo rubato a chi ci vive in questo tempo. Come se bastasse occuparsene un giorno all'anno, quando occorrerebbe piuttosto un lavoro permanente di formazione e di consapevolezza, di appartenenza e di condivisione. Magari, prima di tutto, cominciando con lo spegnere il rumore del già detto, del già sentito, tanto più che il 1980 non è più cronaca e non è ancora storia, e provando a domandarsi per esempio… Chi ricorda cosa? Cosa vuol dire ricordare il 2 agosto? Cosa ricordiamo/sappiamo di noi attraverso il 2 agosto? Attraverso questa cicatrice ancora aperta rimasta a segnare definitivamente una frattura immaginale tra un prima e un dopo della città e che perciò riguarda tutti.
Chi ricorda cosa? era la domanda che attraversava i 6 film dedicati al 2 agosto 1980 realizzati interamente con materiali di repertorio, a cui ho lavorato con i miei studenti di Scienze della Formazione e di Scienze della Comunicazione (quasi tutti appena ventenni) nel corso dei laboratori interfacoltà NowHere, condividendo emozioni, idee e suggestioni per testimoniare una partecipazione e un contributo perché appunto la città si riappropriasse progettualmente di quanto appartiene alla sua memoria cromosomica, la memoria cioè dove si incrociano identità, trasformazioni e un’epica fatta di rapporti e di vissuto.
Dal 2005 al 2010, i film sono stati proiettati, uno all’anno, sul grande schermo di Piazza Maggiore a Bologna e, successivamente, tutti assieme in un evento organizzato dalla Cineteca Nazionale di Roma.
Ma quello che importa oggi è il senso stesso di un progetto che partendo dall'Università aveva come scopo quello di elaborare nuovi percorsi di formazione e di lettura del presente come strumento di confronto con la città, un laboratorio aperto, che provocava e aspettava interventi, coinvolgendo studenti, giovani e cittadini per sperimentare e progettare nuove forme di comunicazione sociale e fornire strumenti per riappropriarsi progettualmente di quanto appartiene alla propria memoria.
In questo senso, mentre naturalmente i 6 film rimangono a disposizione di tutti sul web, quello che mi interessa è ricordarne il metodo di lavoro come preziosa risorsa per la città. Soprattutto perché, al di là della ritualità anestetizzante e consolatoria delle commemorazioni, l’urgenza di attualizzare il 2 agosto viene proprio dallo stesso senso di paura che collega gli anni di piombo a oggi e che di nuovo rischia di sostituire il problema della sicurezza all'idea della libertà.
Il problema della sicurezza infatti ossessiona oggi le nostre società e la stessa vita quotidiana sembra diventata un esercizio di sopravvivenza, di autoconservazione. Non si pensa al futuro e ci si aspetta il peggio. E nell’incapacità di dare valore alle cose e a se stessi, siamo tutti ostaggio di quello che abbiamo paura di perdere (sembra che non sia normale oggi non essere immortali) e ci si protegge con l’ironia e il disimpegno emotivo.
E poi ogni giorno si ricomincia da capo. A non dire niente. Solo la retorica del per non dimenticare e l’autoestraniazione di chi non sa cosa pensare. Cosa e a chi credere. Senza capire. Davanti all’attualità e alle immagini di morte sconsacrata, spettacolarizzata tra choc e share.
Nei laboratori NowHere, lavorando sul 2 agosto 1980 con i miei studenti, abbiamo imparato che avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare. E si deve aspettare che ritornino. Perché i ricordi di per se stessi non sono granché finché non diventano in noi sangue, sguardo e gesto. E una città può passare attraverso catastrofi e medioevi, vedere cambiare le sue case, le sue strade, la sua gente. Ma alla fine, sotto forme diverse, ritrova sempre la sua vocazione propria, profonda, interiore. Il suo carattere e il suo progetto, il suo immaginario e il suo presente.
Per questo può convenire dare o ridare un’occhiata a quei film. Non per cercare verità evidenti o metafisiche, ma per educarci o rieducarci ad attivare uno sguardo capace di elaborare i segni rilevatori di questo nostro tempo mutilato.
Ma chissà che non venga voglia a qualcuno di riprenderli quei fantastici laboratori.